sabato 12 marzo 2011

CHABERTON: la montagna fortificata

Emilio Champagne: t esto per sceneggiatura video La montagna fortificata


Nel 1882  l’Italia, aderendo alla triplice alleanza, stringe un patto militare con la Germania e l’Austria. A conseguenza di ciò, si rese necessario fortificare tutto il confine occidentale con la Francia dal mare al Monte Bianco.
Negli anni che seguirono il trattato, assistiamo ad una proliferazione di fortezze militari sui due versanti dell’arco alpino. Nella sola Val di Susa, la più aperta ad una penetrazione da occidente se ne contano più di una trentina.
Gli anni della triplice alleanza furono anche anni, che videro un rapido sviluppo delle tecniche e delle tecnologie militari. Nel campo delle artiglierie l’aumento della gittata e della potenza delle bocche da fuoco resero praticamente superate le vecchie fortezze in pietra dei secoli scorsi. Assistiamo perciò nell’edificazione di nuove fortezze una ricerca di siti il più elevati  possibili in modo da sfuggire ai tiri dell’artiglieria nemica e in modo di aumentarne la gittata del proprio.
In questo contesto nasce in Italia il “progetto Chaberton” che porterà alla costruzione di una grande fortezza in cima all’ononima montagna strategicamente posta vicino ai confini con la Francia.
Costruita a prezzo di enormi sacrifici e su un terreno veramente proibitivo, questa grande opera sulla vetta dello Chaberton a 3100 Mt sarà anche un’opera  di ingegneria formidabile.
Per molti anni considerata invincibile, la fortezza dello Chaberton divenne un simbolo  della potenza militare dell’Italia fascista.
La sua fu una storia gloriosa,  che però finirà in tragedia il 21 giugno 1940,  quando i mortai francesi riuscirono a distruggere la fortezza e con essa anche il suo mito.
Una storia emblematica quella del forte dello Chaberton, che induce ad una riflessione sul dramma vissuto dall’Italia nella 2 guerra mondiale.




Lo Chaberton è una possente montagna calcarea di 3100 mt di forma piramidale.
Situata fra i colli del Monginevro e del Sestrieres  i sui fianchi strapiombano  sugli abitati di Cesana e di Claviers. Chi abbia percorso anche una sola volta la statale del Monginevro per recarsi in Francia non può non averne notato la sua mole. Man mano che si procede verso Claviers la vetta appare nitida tanto da poter individuare senza difficoltà otto caratteristiche torri che si trovano sulla sommità spianata della montagna. Sono le torri che sorreggevano i cannoni, ed è la parte più appariscente ed enigmatica del forte. Questo forte fu avvolto dal segreto sin dalla sua costruzione e al tempo, nessuna guida o pubblicazione faceva riferimento ad essa e le cartine della zona erano irreperibili. Ciò contribuì ad alimentare il timore ed il mistero attorno ad esso.
Prima di iniziare l’edificazione del forte fu necessario costruire una strada che raggiungesse la cima garantendo i collegamenti con il fondo valle.
Da questa ripresa aerea possiamo individuarne il tortuoso tracciato, che raggiunge la cima.
Nel 1898 terminata la strada, la sommità prospiciente il versante francese venne spianata  mentre su quello italiano venne creato un gradino alto 12 MT alla cui base venne ricavato un ampio piazzale su cui sarà edificato il forte. Nell’edificio che formerà la sua base troveranno posto le camerate, i magazzini, i servizi ecc. Questi locali saranno collegati da due corridoi, uno dei quali portava alla base della parete rocciosa, dove si accedeva alla parte più protetta del forte e nella quale si trovavano  gli esplosivi. Sul tetto dell’edificio sorsero otto torri cilindriche, che sorreggendo i cannoni li portavano a superare il gradino di roccia .
 Questa particolare scelta costruttiva rendeva il forte invisibile del versante francese, e c come si può vedere da questa foto la migliore difesa del forte era data dalla sua configurazione naturale: una cima sfuggente a lama di coltello  e di gran lunga più alta delle cime che la circondano.
Terminato il forte si impose la scelta del cannone più approppriato. Scartata l’ipotesi di un cannone costruito dalla casa inglese Angstom,  che qui vediamo riprodotto, si decise si decise per un cannone italiano dal diametro di 149 mm e dalla lunghezza della canna di oltre 5 mt. Il cannone dal peso di oltre 4 ton. aveva una gittata di più di 17 km a seconda della carica che veniva impiegata. Tramite dei meccanismi demoltiplicatori,  essi potevano ruotare di 360 gradi impiegando la forza di un solo uomo.
Le aspettative della casa inglese non andarono però  completamente deluse, in quanto essa fornì la cupola in acciaio posta a protezione dei cannoni e che aveva  come unico scopo la  difesa gli uomini dalle intemperie in quanto il suo  spessore di 2 cm non poteva garantire molto di più.
D’altra parte, nel progetto originale non era contemplata la possibilità di subire un bombardamento e questo in virtù delle sue difese naturali .
Per i collegamenti rapidi il forte disponeva di una teleferica molto ardita che superava un dislivelli di 1800 mt, anche se la sua posizione la rendeva particolarmente esposta ai tiri del nemico.
Per trasportare i cannoni sulla vetta fu però necessario usare la strada sterrata che da Fenils, raggiungeva la cima dopo 14 km di tornanti.
Nell’estate del 1906, i cannoni montati su robusti carri trainati da cavalli iniziarono il loro lento viaggio verso la fortezza che raggiunsero con immane sforzo  8 giorni dopo.
Con l’arrivo dei cannoni sulla vetta, il forte dello Chaberton si poteva dire ultimato e poteva ostentare tutta la sua minacciosa potenza.
In questa foto vediamo il forte completato e le 8 torri cannoniere,  rivolte in periodo di pace verso il territorio italiano.
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Oltre alle strutture visibili, altre gallerie e locali sotterranei per un volume totale di 1300 mc completavano l’opera.
La parte sotterranea scavate nel ventre della montagna fu l’unica del complesso fortificatorio che effettivamente svolse il compito per la quale era stata concepita e superò la micidiale prova del fuoco a cui venne sottoposta dalla artiglieria francese nel giugno 1940.
Schematicamente questa opera sotterranea consisteva in una scala lunga 72 mt che conduceva ad ampi locali adibiti a deposito di esplosivi che erano posti a 34 mt sotto il forte.
In questi locali si procedeva al caricamento delle ogive e all’ avvitamento delle spolette  proiettili così preparati venivano poi trasportati in superficie da un montacarichi montato su di una rotaia che correva lungo la scala. Mosso da motori elettrici dette però scarsi risultati in quanto il gelo bloccava i meccanismi e così come si verifico nei momenti cruciali del combattimento, le munizioni dovettero essere trasportate a braccia dagli artiglieri.

Il progredire dell’artiglieria e soprattutto l’aumentata precisione di tiro dei mortai, avevano sempre più insidiato le difese del forte sullo Chaberton
.Questa consapevolezza sollecitò lo stato maggiore italiano a richiedere l’incavernamento di tutta l’opera, ma i progetti restarono sulla carta.
Nonostante il forte avesse perso la sua invulnerabilità il forte incuteva ancora paura e rispetto, tanto che durante le manovre militari i sui spari sollevavano numerose proteste diplomatiche da parte francese.
Durante quel periodo fu coniato anche un detto che venne riportato su un cartellone posto all’ingresso del forte e che a grandi lettere diceva:” Lo Chaberton spara, Parigi trema”
L’indispensabile cortina di sicurezza contro attacchi e infiltrazioni era garantita dalla configurazione del suolo e da un ampio reticolato di oltre 400 mt che sbarrava il passo nei luoghi più accessibili.
Dietro i reticolati nidi di mitragliatrici  dai ricoveri sotterranei battevano i versanti della montagna.
Ma questo non era tutto . La sicurezza delle opere in vetta era assicurata da una serie di opere minori  che discendevano i fianchi della montagna fino a fondo valle dove si trova la statale della Val di Susa che conduce al valico del Monginevro e quindi in Francia.
Da questa ripresa si può vedere il sistema difensivo che faceva dello Chaberton una vera montagna fortificata.  Sulla vetta la fortezza principale con il compito di sparare sulle lunghe distanze, mentre a 2195 mt di quota si trovava la batteria alta del Petit Valon che schierava 6 cannoni da 12 mm ospitava 100 uomini e 3 ufficiali. Qui vediamo in primo piano la polveriera e poco più in alto la caserma. Più in basso a 1880 mt di quota la batteria bassa con 4 cannoni da 12 mm e 40 uomini.
Queste due fortificazioni minori avevano il compito di battere le provenienze dal fondo valle e dai colli laterali ed erano collegate tra di loro da una mulattiera che da una parte raggiungeva la vetta e dall’altra scendeva sulla statale dove si trovava la caserma detta” delle barricate di Claviere”
.Questa  mulattiera è la via più rapida per la vetta dello Chaberton e costituisce ancora oggi un interessante itinerario storico e alpinistico.
Completava questo sistema difensivo il centro n°24,  una costruzione in caverna posta a pochi metri dalla statale dove dalle sue aperture i pezzi anticarro e le mitragliatrici controllavano direttamente il valico e l’abitato di Claviere. Inoltre a 1 km prima del valico dove ora si trova questo ponte in cemento durante l’ultima guerra  ve nera uno in ferro che comandato da una postazione in caverna interrompeva la strada o addirittura poteva essere distrutto da una carica di mine.
Con il completamento di tutte le opere difensive il forte divenne operativo, tutti i lavori si erano svolti nella massima segretezza basti pensare che  neppure i testi utilizzati negli istituti militari e nelle scuole di guerra contenevano descrizioni del forte. Anche le guide del Touring omisero rigorosamente tutta la zona non riportando i sentieri e le mulattiere che potevano condurre al forte.
Ma se gli italiani cercavano di custodire il segreto i francesi avevano ovvi motivi per scoprirlo, già durante i lavori, schiere di agenti francesi raccolsero più dati possibili e ne fotografarono le fasi di costruzione.
  Un giustificato allarme si diffuse su tutto il territorio che potenzialmente si trovava sotto la gittata dei cannoni, la cittadina di Briancon la più prossima al forte cominciò a vivere con quella spada di Damocle che rappresentava il forte. Varie interrogazioni e richieste di contromisure vennero inviate a Parigi dalle popolazioni allarmate e nelle ben protette casseforti dello Stato Maggiore francese i dossier sul nostro forte andava ingrossandosi di anno in anno.
 Dalle alture di Briancon, si vede benissimo la posizione strategica e quanto la città fosse militarmente  minacciata dallo Chaberton che vediamo sullo sfondo. Infatti arrivando dall’Italia il controllo di Briancon è necessario per imboccare a nord la valle che attraverso il colle Lauretel conduce a Grenoble e a sud la valle della Durance che conduce direttamente  ai porti di Marsiglia e del Mediterraneo.
La Francia però non era rimasta a guardare, tutto il versante alpino francese venne disseminato al pari di quello italiano,  di fortezze. La conca di Briancon era difesa da una serie di fortificazioni  che all’entrata in servizio del nostro forte sullo Chaberton necessitò di un urgente adeguamento alle mutate condizioni militari.
I francesi consapevoli di ciò, attuarono importanti lavori di ammodernamento i più importanti dei quali fu il trasferimento in caverne di quasi tutte le batterie di cannoni diventate vulnerabili ai tiri della artiglieria italiana.
Vediamo ora brevemente quali erano i forti che si contrapponevano allo Chaberton e contro i quali durante la seconda guerra ingaggerà un duello mortale.
Proprio dalla città di Briancon parte una strada sterrata che raggiunge i 2300 mt di quota dove in posizione strategica sorge il forte dell’Infernet. Costruito in pietra tagliata ne vediamo qui la bella facciata ed il piazzale posto in posizione riparata dai tiri provenienti dall’Italia.
Dalla sua posizione si domina il Monginevro e le valli francesi della Claree e della Durance.
Il forte durante il combattimento del giugno del 1940 fu sottoposto ad un intenso fuoco da parte del nostro Chaberton ma con scarsi risultati, essendo stati i cannoni trasferiti in caverna al sicuro dei colpi dell’artiglieria italiana.
Lo stesso forte dell’Infernet visto dal fronte italiano si presenta ben protetto e anche ben mimetizzato con il terreno circostante.
La strada militare dopo l’Infernet continua in quota sino al confine italiano.Ai piedi dell’Infernet si trovano i baraccamenti della Coucettes. In questo luogo alloggiavano le truppe francesi impiegate nelle fortificazioni e nel controllo dei colli. La strada prosegue ancora per qualche km sino a giungere a fort Gondrand. Il forte è posto sul largo colle che collega la Val Gimond discesa la quale si giunge in Italia e la Val Cerviers che conduce in Francia. Da questa posizione appare nitida e minacciosa la spianata dello Chaberton e doveva fare una certa impressione ai francesi il sapere che su quella nuda cima sorgeva il più potente forte italiano con i suoi cannoni spianati su di loro.
Per questo motivo anche i cannoni di fort Gondrand vennero incavernati diversi metri sotto terra in modo da sottrarli ai micidiali  colpi del nostro forte.
. Essendo il colle del Gondrand ampio e facilmente superabile dalla fanteria esso è percorso in tutta la sua larghezza da trinceramenti  e casamatte.
In questo luogo avvennero anche furiosi combattimenti tra i nostri alpini e i francesi e più tardi nel 1944-45 tra i partigiani italiani e francesi contro i tedeschi. Attualmente il forte non è abbandonato totalmente e rimane il presidio di un piccolo distaccamento di soldati francesi.
La strada militare francese prosegue ancora sino a raggiungere su di un promontorio roccioso il forte francese dello Janus il più  prossimo al confine italiano.
Posizionato in modo da controllare il valico del Monginevro anche questo forte era stato rimodernato e comprendeva due batterie in caverna di cui una con 4 pezzi da 95mm rivolti verso la Val Gimond e l’altra di due pezzi da 75 mm orientata a battere il colle del Monginevro.
Come abbiamo visto tutti questi forti francesi erano ristrutturati  e difesi dall’incavernamento delle loro artiglierie. Tuttavia la loro era una difesa passiva in quanto non potevano direttamente colpire  lo Chaberton, per  ragioni di balistica che vedremo in seguito.

La politica aggressiva portata avanti dal regime fascista portò i francesi a considerare come molto probabile l’eventualità di un conflitto con l’Italia  Per questo motivo negli anni che precedettero la seconda guerra mondiale i francesi consci del pericolo rappresentato dal forte italiano dello Chaberton dedicarono studi ed esperimenti per approntare un’arma in grado di neutralizzare l’odiosissimo forte italiano.
Venne così scelto un mortaio da 280 mm fabbricato dalla ditta francese Snaider. Nel 1937 il comandante dell’artiglieria della conca di Briancon era il generale Andrè che affermava di aver fatto della distruzione dello Chaberton lo scopo essenziale della sua vita. Ottenuta nella più totale segretezza l’assegnazione di  4 di questi mortai, il suo reggimento ne approntò una batteria con uomini scelti, capaci e del luogo, quindi fortemente motivati.
Si svilupparono poi studi tecnici e tattici in grado di risolvere problemi di impiego di grande complessità come la gittata,  gli angoli di caduta e un sistema di osservazione in grado di guidare e correggere il tiro sull’obbiettivo.
Un impresa ai limiti dell’impossibile quella di colpire lo Chaberton, almeno per quei tempi, ma i francesi grazie alla loro bravura e ad una buona dose di fortuna ci riuscirono.

Con numerosi documenti ufficiali e con il diario dell’ottavo raggruppamento di artiglieria è stato possibile ricostruire cronologicamente gli ultimi giorni del forte e della sua guarnigione. Ne scaturisce così un emblematico esempio, dei drammi vissuti dai soldati italiani durante l’ultima guerra.
Ma rechiamoci su, in cima allo Chaberton,  per vedere per vedere cosa rimane oggi del forte e per ricostruire sul luogo i drammatici avvenimenti che lo videro protagonista.

Attualmente il forte dello Chaberton che fu il gioiello del nostro sistema difensivo alpino si trova nel più completo abbandono. Nel 1957 i cannoni e tutte le parti metalliche furono smantellate e recuperate. Visto di profilo le torri sono spoglie e prive dei cannoni che sorreggevano.
Una foto aerea ci fornisce una visione d’insieme del forte ripreso dal versante italiano: sono ben visibili la sommità spianata della montagna il fabbricato dei servizi su cui si ergevano le otto torri e l’edificio della teleferica. Nella ripresa ravvicinata vediamo le conseguenze del terribile bombardamento.
Ma torniamo indietro nel tempo.
 E il 10 giugno 1940 il giorno della dichiarazione di guerra.
In quel momento sono presenti al forte 320 uomini al comando del capitano Spartaco Bevilacqua.
All’interno del forte in questo corridoio ora invaso dai ghiacci è sistemata una radio.
Alle ore 17, nel silenzio più assoluto, i soldati ascoltano l’annuncio che viene dal noto balcone di piazza Venezia a Roma.
E la dichiarazione di guerra!
Fra quegli uomini vi è anche un canavesano, il sottotenente Pietro Chiezzi di S.Giorgio Cse, che è uno dei quattro comandanti di sezione sotto la cui responsabilità vi sono i cannoni della 7° e 8° torre .
Immediatamente i cannoni vengono rivolti verso la Francia. Nel corso della serata viene verificata ancora una volta l’efficienza delle armi. Gli artificieri iniziano lo spolettamento di un primo lotto  di  proiettili e approntano le cariche di lancio di previsto impiego.
Si attende in ogni momento l’ordine di sparare.
Da parte francese intanto, nella più completa segretezza, i mortai Snaider dello speciale reparto creato appositamente per distruggere lo Chaberton,  stanno raggiungendo il vallone di Cherveters a 4 km a sud-est di Briancon. Li comanda il tenente Miguet un artigliere di prim’ordine e vero specialista delle armi a tiro curvo.
In questa località attenderanno il momento propizio per intervenire.

Dal 10 sino al 15 giugno 1940, nonostante la dichiarazione di guerra tutta la zona di confine è tranquilla, il comandante dello Chaberton effettua un ultimo controllo sulle tavole di tiro che è stato necessario ricalcolare in quanto quelle fornite dallo Stato Maggiore erano quelle standar e non tenevano conto che i cannoni in cima allo Chaberton sono posti a 3150 mt di altitudine.
Una nebbia fitta avvolge la sommità della montagna aumentando fra gli uomini della guarnigione il senso  di isolamento.
Il 16 giugno, nel pomeriggio, il forte assiste ad un duello di artiglieria tra il forte italiano dello Jafferau sopra Bardonecchia e quello francese dell’Olive che vediamo nella foto a 8 km a nord di Briancon.
L’eccitazione allo Chaberton è al massimo, il comandante del forte chiede allo Stato Maggiore di intervenire, ma la richiesta non è accolta.  Il duello continua per tutto il giorno, verso le ore 16  riceve l’autorizzazione di sparare sul forte francese. L’intervento è immediato e dopo un rapido aggiustamento del tiro fa fuoco con tutte le otto torri.  L’azione sembra aver avuto effetto ,dopo 40 colpi il forte dell’Olive non farà più sentire la sua voce.
Alle ore 6 del 20 giugno,  le forze italiane sferrano l’attacco.
 Lo Chaberton interviene pesantemente in appoggio all’avanzata battendo i forti e i colli presidiati da batterie francesi.
Durante la giornata le richieste di intervento aumentano e sarà necessario spezzettare il fuoco su vari obbiettivi contemporaneamente.
Alla fine della giornata il bilancio sarà però deludente: le forse italiane sono avanzate di pochi metri ed a costo di numerose perdite, ma il peggio deve ancora venire, il dramma sta ormai per compiersi.

L’artiglieria francese,  pur molto attiva,  a 11 giorni dallo scoppio della guerra aveva completamente ignorato lo Chaberton  e le batterie di mortai Snaider posizionate qui,  in località Poet-Moran  non erano ancora state impiegate per non rilevarne la posizione.
Il capitano Miguet è impaziente di intervenire, ma si aspettano condizioni meteorologiche favorevoli,  che sono previste per il giorno dopo.

Giunge così l’alba del 21 giugno 1940. La giornata è serena,  la visibilità buona.
 La batteria di mortai francesi situati nella Val Cherveters è pronta per fare fuoco. Nessuno, da parte italiana, ne conosce l’esistenza e tanto meno la sua posizione.

Alle 8 viene impartito l’ordine di aprire il fuoco. Obbiettivo la distruzione dello Chaberton !
Dopo qualche tiro, la guarnigione allo Chaberton avverte un forte colpo nella roccia, nessuno sa  da dove questo colpo sia partito, ma tutti capiscono che i francesi stanno prendendo di mira il forte. Con il passare del tempo il capitano Miguet prosegue indisturbato l’aggiustamento e lo porta avanti con metodica progressione, sino a quando riesce a comprendere lo Chaberton, in una serie di colpi lunghi e colpi corti.
A quel punto sul forte tutti, dal comandante all’ultima recluta, hanno capito che i francesi stanno effettuando la difficile forcella e che ora, inevitabilmente, stringendo i colpi arriveranno sull’obbiettivo.
Ciò nonostante con lucida consapevolezza rimangono ognuno al loro posto e aumentano la celerità di tiro sino a surriscaldare le bocche da fuoco.
Intanto l’allarme scatta e negli alti comandi italiani ci si interroga da dove possono giungere quei colpi.
Si sospettano uno dei tanti forti francesi, ma nessuno sa dall’esistenza della batteria nei verdi prati di Poet-Morand.
Intanto il capitano Miguet con calma e al riparo del crinale della montagna, dove anche se individuati lo Chaberton non avrebbe mai potuto colpirli si appresta a raggiungere il suo obbiettivo.

Il forte è colpito, i francesi che con il binocolo seguono il bombardamento esultano.
Sono le ore 17.15 minuti., un tremendo colpo ha centrato in pieno la prima torre. Le schegge sono penetrate nella casamatta uccidendo un artigliere e ferendone altri.
Alle 17.30 un’altro schianto e la casamatta della quinta torre è completamente divelta dal basamento. Il corpo, orribilmente ustionato del capo pezzo viene scaraventato lontano. I morti sono quattro.
In un clima di esasperato impegno,  gli addetti sono ben consci del pericolo mortale che corrono.
 Si organizzano i turni di permanenza sulle torri:  mezz’ora ha sparare e un ora al riparo nelle caverne, come in una roulette  russa ! A chi tocca,  tocca!
Gli elevatori per i proiettili sono inceppati è necessario perciò portarli su ai cannoni a forza di braccia.
Gli artiglieri percorrono con immane sforzo le ripide scale delle torri con il timore di non arrivare in cima.
Nel volgere di pochi minuti altre 4 torri vengono colpite e contemporaneamente è anche messa fuori uso la teleferica. Le linee elettriche e telefoniche sono interrotte, il collegamento con il fondo valle è mantenuto con difficoltà con le radio.
Per il forte è la catastrofe, l’intero presidio è nel caos. Paura,  dolore, e desiderio di vendetta sono i sentimenti che prevalgono.
Alle 20 finalmente i tiri cessano.
Una calma irreale regna al forte, lacerata solo dalle urla dei feriti.
In quella sera del 21 giugno del 1940 il dramma è compiuto e in un’atmosfera tesa, si fa il bilancio della giornata.
Il forte dello Chaberton, vanto e orgoglio dell’esercito italiano e per lungo tempo giudicato invulnerabile è ferito a morte.
I francesi con 57 colpi sparati in 3 ore e mezza l’hanno reso praticamente inservibile. Sei torri su otto sono distrutte, solo due la 7° e 8° con a capo il canavesano Piero Chiezzi non sono colpite, ma i gravi danni alle infrastrutture del forte ne hanno pregiudicato l’impiego. La teleferica troppo esposta in superficie è stata più volte colpita e le sue strutture annerite dagli esplosivi sono inservibili. Stessa sorte è capitata all’osservatorio.
In totale i morti saranno 10, più di 50 i feriti molti dei quali in modo grave.
Nei giorni seguenti si cercherà di riorganizzare il forte: le due torri superstiti spareranno ancora qualche colpo e l’intera guarnigione del forte  si impegnò solennemente, che nel caso le torri fossero state colpite, i superstiti si sarebbero arruolati volontari con un reparto di fanteria, per andare all’attacco delle posizioni francesi.
Questa volta però la fortuna fu dalla parte italiana. Una fitta coltre di nebbia impedirà ai francesi di portare a termine l’opera di distruzione.
Contro lo Chaberton i francesi riusciranno ancora, senza successo, a sparare 24 colpi prima delle fatidiche ore 1,35 del 25 giugno 1940, allorché cessarono le ostilità in applicazione dell’armistizio firmato qualche ora prima a Roma.
La sporca guerra fra l’Italia e la Francia era finita,  ma le sofferenze e le distruzioni appena cominciate.






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